Perdutosi nelle nebbie del tempo fino a ricomparire in Olanda negli anni Ottanta, quando è stato attribuito a un anonimo autore di scuola olandese, il ritratto di Olimpia Maidalchini Pamphilj eseguito da Diego Rodríguez de Silva y Velázquez, è stato riconosciuto dagli esperti di Sotheby’s, quotato tra i 2 e i 3 milioni di sterline e aggiudicato a un incognito compratore il 3 luglio 2019 per 2,375 milioni di sterline.

Il ritratto di Olimpia Maidalchini Pamphilj, un olio su tela delle dimensioni di 77,4 x 61 cm, è stato dipinto da Diego Velázquez, il grande maestro nato a Siviglia nel 1599 e morto a Madrid nel 1660, l’11 luglio 1650. Lo sappiamo con certezza perché la circostanza ci viene riferita da Francesco Gualenghi, cittadino modenese residente a Roma, in una lettera datata 13 luglio 1650 indirizzata a Francesco I d’Este, duca di Modena: “Lunedi la Sra. Donna Olimpia…; anzi intendo che lunedi doppo il pranzo si compiacque di lasciarsi ritrare da un pittore spagnnolo assai valente, che dicono esser valletto di Camera del Re di Spagna.”
Il ritratto fu commissionato dalla stessa Olimpia Maidalchini Pamphilj o dal nipote, il cardinale Camillo Massimo (1620 – 1677), da cui comunque venne ereditato, registrato nell’inventario postumo dei suoi beni a Roma in data 11 ottobre 1677 con il n. 106 e attribuito a Diego Velasco. Successivamente entrò in possesso di Don Gaspar Méndez de Haro, Marqués del Carpio, che lo inserì nell’inventario datato Roma, 7 settembre 1682 – 1 gennaio 1683 con il n. 429 come Ritratto di Donna Olimpia Panfilia con velo nero in testa di Diego Velasco e gli ascrisse un valore di 50 scudi. In successione l’opera passò nelle mani di Don Eugenio de los Rios, Mayordomo Mayor del defunto Marqués del Carpio, nel 1688, in quelle di Cesare Barbaro nel 1692, in quelle del cardinale Pompeo Aldrovandi nel 1724, quindi se ne perse ogni traccia.
Olimpia Maidalchini, nata a Viterbo nel 1592 in una famiglia benestante, trascorse l’infanzia presso il convento di San Domenico, dove avevano preso i voti due sue sorelle. Quando ebbe quindici anni, il padre volle che seguisse medesima sorte, ma lei resistette con tanta ostinazione che lo costrinse a rinunciare al progetto e nel 1608 sposò Paolo Nini, ultimo discendente di una ricchissima famiglia viterbese, da cui ebbe un figlio, Nino. Tre anni dopo, Olimpia Maidalchini rimase vedova e, alcuni mesi più tardi, perso anche il figlio, si ritrovò unica erede di una considerevole fortuna. Giovane vedova benestante, non ebbe difficoltà a trovare un nuovo marito e nel 1612, a ventun anni, sposò il cinquantunenne Pamphilio Pamphilj, rampollo di una nobile casata decaduta. Questo secondo matrimonio le consentì di entrare negli ambienti dell’aristocrazia vaticana e di promuovere la carriera del cognato, monsignor Giovanni Battista Pamphilj, con cui aveva stabilito un solido rapporto di affinità o forse più. Nel 1621 il monsignore, nominato nunzio, si trasferì a Napoli con il fratello e la cognata. Nel 1625 Olimpia Maidalchini Pamphilj andò ad abitare a Roma nella dimora dei Pamphilj di piazza Navona; nel 1639, alla morte del marito, intensificò i rapporti con il cognato che nel 1644 successe a Urbano VIII con il nome di Innocenzo X. In quell’occasione il cardinale Alessandro Bichi esclamò: “Signori, abbiamo appena eletto un papa femmina.”
La donna incontrava quotidianamente il pontefice, si attardava negli appartamenti papali, si esibiva nei cerimoniali curiali attirando su di sé accuse spietate e guadagnandosi l’appellativo di “papessa” e il nomignolo di “Pimpaccia”. Qualcuno coniò per lei un graffiante calembour in latino: “Olim pia, nunc impia”: “Una volta pia, ora empia”.
Olimpia Maidalchini Pamphilj protesse architetti e artisti, fu mecenate di commediografi, musicisti e teatranti e si guadagnò la fama di patrona delle donne oppresse per il sostegno offerto a suore e prostitute vittime di soprusi.
Nel 1654 Innocenzo X si ammalò e non poté più lasciare il letto morendo dopo una lunga agonia durante la quale a Olimpia Maidalchini Pamphilj fu impedito l’ingresso ai suoi appartamenti dal cardinale Flavio Chigi, che gli successe col nome di Alessandro VII il 7 aprile 1655. Il nuovo papa decretò l’esilio di Olimpia Maidalchini Pamphilj, che visse in modo appartato nei suoi possedimenti fino al 26 settembre 1657 quando, abbandonata da tutti, cedette alla peste bubbonica.
Un’altra valente opera ricorda la nobildonna romana: il busto in marmo scolpito da Alessandro Algardi nel 1647, custodito nella Galleria Doria Pamphilj a Roma, una scultura spettacolare per la maestria con cui è stato eseguito il velo, disteso ai lati del capo, quasi una vela gonfiata dal vento della fortuna che spinge la donna verso le mete più ambite del potere, e il volto, specchio di una incrollabile risolutezza di propositi, altezzoso, fiero. Anche se la somiglianza è evidente, Diego Velázquez, solo tre anni dopo, ne rendeva un’immagine completamente diversa cogliendone lo sguardo malinconico, rassegnato, privo di certezze e la carne del viso, forse per le sfumature di cui è capace il colore avverso alla freddezza del marmo, appare invecchiato, tumido, riflesso della debolezza della corruzione umana.
Olimpia Maidalchini Pamphilj, donna di grande intelligenza e di ambizione senza limiti, fu un’eccezione intollerabile per la società del XVII secolo e dei secoli seguenti tanto da ispirare, oltre a una copiosa letteratura denigratoria, la leggenda secondo la quale il fantasma della Papessa, il 7 gennaio, data della morte di Innocenzo X, riappare nei pressi del palazzo Doria Pamphilj a bordo di un carro infuocato spinto negli abissi da un nugolo di demoni.