Presentazione della mostra di Zancanaro da parte del maestro Gabbris Ferrari
Caro Tono, caro maestro
la teatralità era una parte essenziale della tua natura. Tu stesso eri uno straordinario personaggio di teatro. Avresti potuto essere vicino al cuore di Majakovskij o di Kantor, perché no? I tuoi vestiti erano costumi che quasi mai coincidevano con le tue misure e portavano costantemente le tracce di un vivere complicato.
Anche la tua casa era un luogo teatrale, non voglio dire un palcoscenico, intendo quella particolare dimensione dove ogni angolo diventa pian piano un mondo di oggetti disparati, di eventi trascorsi e ricordi nostalgici. I luoghi ove si accumula ogni cosa, per essere alla fine dimenticata, ma non del tutto, mai completamente.
In via Francesco Baracca a Padova c'era la tua casa di rosso stinto e sopra la porta d'ingresso il busto di Ruzante e, di certo, non era un caso.
Con te tutto finiva per avere un preciso significato, una ragione talvolta remota, con qualche traccia di misteriosa inquietudine. Poi c'era la stanza dove solitamente lavoravi, ma sarebbe forse più giusto chiamarla cucina, con il grande tavolo scuro pieno di tutto e il piccolo spazio, ricavato al centro, dove trovavano posto gli strumenti del tuo lavoro: una quantità di penne in costante aumento, i pennelli morbidi dentro i barattoli, compreso quelli che ti eri portato dal tuo viaggio in Cina, le bottiglie di china e il catino per l'acqua.
Ah sì, c'era una cosa che non mancava mai, ma quella era soprattutto per gli ospiti: il vassoio con la piccola bottiglia di Barolo e i due bicchierini. Sconsigliabile rifiutare l'offerta che purtroppo il più delle volte si ripeteva nel corso della visita.
Credo che Gianpaolo Berto, il prediletto, abbia preso fin da allora la decisione di diventare astemio per potersi più agevolmente sottrarre a quei bicchierini di Barolo che tu ritenevi toccasana per qualunque malanno.
Ho visto molti splendidi disegni nascere in quella cucina, compresi i primi bozzetti per il teatro la Fenice che frequentavi assiduamente, a due passi dalla tua città.
Dopo tanti anni, mi sono fatto l'idea che il teatro, lo spettacolo, siano, in fondo il frutto di un paziente lavoro artigianale, ma, che ancor prima, si tratti di un particolare modo di pensare, di raccontare, una forma di comunicazione che si può estendere a molteplici espressioni.
Infatti, credo che il tuo primo "teatro" sia stato il Gibbo: quella ironica e terribile saga mussoliniana che hai raccontato con innumerevoli fogli, ormai ovunque famosi e accettati come uno dei documenti più critici nei confronti della vacuità e della dittatura, inevitabilmente accoppiate.
In quel lungo racconto per immagini, con un solo protagonista ed una quantità di grotteschi comprimari, si rivela tutta la teatralità della tua natura. Il "Gbbo" resterà un punto centrale di tutta la tua vita.
In seguito furono molte le occasioni di sviluppare con i tuoi fogli grandi cicli narrativi e scavare nella teatralità del racconto grafico. Con il tuo segno fluido e sicuro come un gesto naturale, a volte rapido ed essenziale, altre volte puntiglioso e descrittivo fino al didascalico.
E' impossibile non pensare ai disegni per la "Divina Commedia", raccolti per la prima volta nella splendida mostra di Firenze. Rammento che ci scambiammo alcuni pensieri su quel ciclo di lavori, come immaginare un palcoscenico che contenesse quei personaggi, quale il criterio di regia per il dramma del "tuo" Conte Ugolino, terribile in quell'antro pieno di dolore dove l'avevi collocato, o per quella incontenibile sensualità di Paolo e Francesca; come farli volare con la stessa grazia del tuo disegno, quella particolare grazia inconfondibile.
Tu, così laico, così lontano dalla esteriorità delle pratiche religiose, riuscivi a raggiungere una tale purezza come se le immagini se ti arrivassero da mondi spirituali arcani e inesplorati. Gli artisti hanno spesso di questi misteri.
In ogni modo, caro maestro, le premesse c'erano tutte per entrare nel palcoscenico, non quello di carta a due dimensioni, ma quello vero: la scatola con il pavimento di legno, il mondo tridimensionale dove i sogni bisogna concentrarli un uno spazio ridotto e dove l'orizzonte non è mai veramente lontano.
Ci fu un'altra occasione a favorire il tuo ingresso nel teatro e poter fare un po' di questo mestiere, furono determinanti l'affetto e la vicinanza di quel tuo nipote geniale: Sjlvano Bussotti grande compositore e regista. Silvano ti chiamò a realizzare le scene e i costumi per "L'incoronazione di Poppea" di Monteverdi alla Fenice di Venezia.
Non ricordo esattamente l'anno, ciò che ricordo è che fu uno spettacolo delizioso. C'era da aspettarsi che il tuo barocco si sarebbe fuso perfettamente con il mondo Monteverdiano: fondali e i siparietti dipinti così come i costumi in un gioco infinito di sorprese.
Fin da quella originale esperienza, tardiva in fondo, anche se eri ormai un artista celebre, avevi compreso alla perfezione il meccanismo dello spettacolo e avevi intuito una cosa importante che del resto praticavi con piacere e cioè che bisogna viverci con le maestranze, dipingere insieme ai pittori di scena, passare ore in sartoria per montare, con pazienza un costume. Tutto ciò prendeva molto del tuo tempo quando lavoravi in teatro. Ti era propria la curiosità di veder nascere le cose, il gusto e l'odore delle enormi tele dei fondali fissate sul pavimento di legno e camminarci sopra con un po' di vertigine e fra le mani i lunghi pennelli e tracciare forme gigantesche che nel tuo studio sarebbero state impossibili.
Proprio in questo modo hai lavorato per "la Cavalleria Rusticana " di Mascagni al teatro di Treviso. Sono passati molti anni, ma sono ancora in diversi a rammentare la velocità e la sicurezza con le quali disegnavi gli enormi telai di quelle case aggrappate alla collina facendo nascere un nuovo paese per Turiddu. Tutti muti a guardare, il silenzio si poteva tagliare, ti muovevi su quelle superfici con sicurezza sorprendente e quando l'abbozzo fu completato scrosciò un applauso intenso e commosso. Per i pochi presenti lo spettacolo aveva già avuto il suo prologo. Dal canto mio avrei voluto che tutto il mondo fosse presente per vedere un artista al lavoro. Non mollavi fio alla fine; il tetro ti divertiva ed avevi uno spiccato senso per il lavoro collettivo comprendendo in ciò anche i frequenti momenti fatti di cene notturne, di politica, di pettegolezzi feroci e di battute pesanti. Adoravi la buona compagnia.
Ti presentavi poi alle prime nei teatri d'opera con il tuo abbigliamento consueto e non propriamente ortodosso: ingredienti essenziali la lunga sciarpa rossa e il bastone, ne avevi molti, al quale ti appoggiavi più per vezzo che per necessità. E' successo che talvolta hai avuto difficoltà a convincere il personale del teatro che tu eri l'artista, lo scenografo di quell'opera e che avevi pieno diritto di entrare per la porta principale come e più, delle signore in pelliccia e le i signori eleganti in abito scuro.
Era anche questo un modo di essere fuori dalla convenzione, una resistenza che esprimevi istintivamente verso ogni forma di omologazione e chiunque lo sentiva avvicinandoti ed era una parte essenziale del tuo pensiero e del tuo modo di pensare e del tuo insegnamento.
Oggi si apre questa mostra di Pennabilli dedicata al tuo teatro. E' un paese questo che lentamente si trasforma in un sorprendente spazio poetico dove ti saresti trovato benissimo. La presenza vitale del pensiero di Tonino Guerra e l'intelligenza di questi amici, convinti che i sogni dovrebbero essere quotati in borsa, danno a questo luogo una energia che raramente ho avvertito altrove.
Ciao Maestro, après la vie