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GUIDO CAGNACCI A PENNABILLI
Guido Cagnacci a Pennabilli

Rocco e Sebastiano: un santo pellegrino il primo, un santo soldato il secondo, dalle storie e dalle vicende e dalle provenienze diverse, ma ideali compagni, anzi “soci” nel soccorrere gli uomini colpiti dalla peste e sofferenti per piaghe e ferite: dal XV secolo unici e ultimi intercessori per mali frequenti e mortali, e quindi protagonisti quasi assoluti della devozione popolare tanto nelle città, dove giunsero ad oscurare la devozione per sant’Antonio da Padova, quanto nelle campagne, dove superarono persino quella per sant’Antonio Abate.
Non meraviglia, dunque, trovarne le immagini a Scavolino, feudo di un ramo dei principi di Carpegna, minuscolo centro periferico ma non certo immune dalle ondate di peste che nel Seicento si abbatterono sull’Europa. Meraviglia però trovarne di così alta qualità pittorica in una chiesa di periferia, anche se chiesa “palatina” di un piccolo feudo principesco.
Commissionate dunque dal principe stesso, che aveva ampie conoscenze a Rimini e potenti relazioni e parentele a Roma, ma che visse quasi sempre lontano da Scavolino? O da qualche illuminato parroco locale, o infine da qualche intelligente priore di confraternita? Non sappiamo: ma certo da una persona colta e persino raffinata, stando alle invocazioni latine così accuratamente ed elegantemente delineate in calce alle immagini.
Immagini che indubitabilmente rimandano ad un giovane pittore allora emergente, Guido Cagnacci (1601-1663), già in grado, fra il secondo e il terzo decennio del Seicento, di lasciarci due piccoli capolavori informati alle novità pittoriche “moderne” romane e bolognesi: con un san Sebastiano che risalta immobile sul nero del tronco a cui è legato e domina un paesaggio vuoto d’uomini e d’animali, con pochi alberi agitati dal libeccio che ha improvvisamente incupito il cielo, verso cui rivolge il capo in uno scorcio forzato (e un po’ sgraziato). E con un san Rocco caratterizzato da una luce calda e radente che fa risaltare volumi e colori e dà rilievo naturalistico ai particolari, anche a quelli secondari come il cane e la mezza pagnotta in primo piano e la rustica cappella lontana. Due raggi di luce sono rivolti verso i due santi, ad indicare il loro legame con la divinità e ad assicurare dell’efficacia della loro intercessione; ma appena avvertibili, per non togliere consistenza e verità alle figure, che per amore di concretezza hanno ridotto al minimo anche le canoniche aureole.
Pur nella modestia delle dimensione anche queste opere giovanili del Cagnacci rivelano il pittore impegnato nel perseguire effetti naturalistici mediante una pittura fresca, ricca di materia, di colore, di chiaroscuro, direttamente ispirata ad una realtà feriale, in polemica con gli eleganti quanto convenzionali manierismi miracolistici di tanti pittori contemporanei attivi nella zona..
Il restauro recente ha risarcito perfettamente le due tele, restituito freschezza ai colori e nitidezza ai volumi; sicché ora queste opere appaiono assai meglio comprensibili di quando, nel 1962, furono accolte nel museo diocesano di Pennabilli con una attribuzione ad un modestissimo pittore bolognese del XVIII secolo (Girolamo Montanari) e di quando, nel 1967, furono restituite al Cagnacci. Il quale, sia detto per inciso, certo non dovette conservare a lungo una buona memoria di Scavolino e dei suoi principi: fu infatti don Tommaso dei Carpegna-Scavolino a prodigarsi, nel 1628, perché il pittore fosse esiliato da Rimini e perché la sua innamorata, la contessa Teodora Stivivi, fosse imprigionata, in quanto rei di tentativo di fuga per perpetrare un “matrimonio d’amore” che era troppo “disuguale” per gli interessi della nobiltà, più sensibile alla conservazione del patrimonio che ai sentimenti

Pier Giorgio Pasini
7.VI.08

Guido Cagnacci a Pennabilli


 
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