Questa Mostra nasce da un "antico" legame con le Terre Feltresche.
Qui torreggiano gli storici "scogli" di avvistamento che dominano la vallata; da qui si dipartono le morbide colline che, fiancheggiando il Marecchia, giungono sin quasi al mare; da qui traggono origine un percorso ed una storia millenari, che anche i Malatesta vollero far propri, ed in cui, ancor oggi, noi stessi ci riconosciamo.
Nel secolo scorso, i flussi migratori hanno portato la gente della Valmarecchia a trovare nella città di Rimini il suo sbocco naturale, ma negli ultimi anni, quasi in controtendenza, si è andato sempre più diffondendo il bisogno di tornare nei luoghi suggestivi di questa dolce terra, per ritrovarvi il pregio di un’arte e di una natura non ancora sfregiate dalla voglia eccessiva di cemento.
Così, "Dal mare all'Altavalle" è diventato un percorso dell'anima, un bisogno di libertà, di luce e di natura, che è possibile trovare solo fra il verde dei boschi o in alcuni tratti del nostro mare. Ovviamente, quando non infuria la "stagione".
Ecco, i pittori riminesi, dipingendo i luoghi, il lavoro, la "tavola" ed i visi di questa terra, ne raccontano a loro modo la storia. E quando di recente la Valmarecchia, anche sotto il profilo amministrativo, ha fatto ingresso nella provincia di Rimini, si è reso esplicito sino in fondo il significato culturale, geografico ed economico del rapporto che lega Rimini a questa parte del Montefeltro.
Aspetti del Novecento Riminese
E’ bene subito chiarire che il panorama del ‘900 riminese, a parte rare eccezioni, resta segnato da un sostanziale provincialismo e da una vocazione tardo ottocentesca.
Sarebbe sufficiente, a questo scopo, consultare il volumetto “Premio Morgan’s Paint”, uscito in occasione della “Prima Biennale per la Pittura, Scultura, Bianco e Nero”, tenutasi al Palazzo dell’Arengo di Rimini nella seconda metà degli anni ‘50, per rendersi conto di ciò che si vuol dire.
Illuminanti vi appaiono le parole di Francesco Arcangeli e, più ancora, l’arduo e quasi insostenibile accostamento, nell’apparato iconografico, di opere come quelle di Menghi, di Pasquini e di Adriana Pincherle, giusto per fare un esempio.
D’altronde non bisogna credere che sia un fatto negativo guardare con occhio critico la 'nostra' arte; anzi, ciò può aiutarci a meglio capirla ed apprezzarla nelle sue peculiarità pittoriche che sono, prevalentemente, di tipo descrittivo e naturalistico.
Le grandi scuole del Novecento romano e milanese, impegnate nella ricerca di valori che fossero insieme plastici, sintetici, espressivi e persino visionari, rimasero piuttosto lontane dai nostri lidi.
Ma il bisogno di guardare e raccontare il mondo, sotto il miracolo della luce e del colore, fu comunque sentito, e fortemente, sino a toccare la poesia, anche dal nostro Novecento. Ed è quanto vogliamo raccontare in questa Mostra.
In generale, la scelta di tutte le opere esposte è avvenuta secondo un criterio molto semplice: cercando di individuare i dipinti che esprimessero la qualità più alta, nel periodo ritenuto di più felice produzione, per ogni singolo autore; fermi restando la disponibilità, il possibile accesso alle opere e, naturalmente, la coerenza col tema prescelto.
Il Paesaggio e il lavoro
Nei dipinti i temi ricorrenti sono la città, l'entroterra, il fiume ed il mare.
Vi si alternano freschezza di luce e di colori, come negli acquerelli di Luigi Pasquini; tonalità più basse e dimesse, negli oli di Edoardo Pazzini e Carlo Corrà; o ancora atmosfere di un lirismo terso e meditativo, quasi privo di ogni umana presenza, nelle splendide vedute di Norberto Pazzini; mentre, nei quadri di Emo Curugnani, natura, uomini e animali appaiono armoniosamente composti in una laboriosa e secolare complicità, di sapore vagamente bucolico-pascoliano.
Nei dipinti di Demos Bonini la Miniera di Perticara è un “luogo a sé”, quasi avulso dallo spazio e dal tempo, saturo di fatica umana. Qui, stile e volumi “sentono” di più l’aria del Novecento italiano, come accade in certe piccole vedute fra gli anni ’50 e’60, con il colore steso a solide fasce, quasi a voler assumere in sé consistenza di volume.
Anche le piccole vedute di Carlo Corrà hanno un loro motivo di interesse: pur essendo ricche di materia, i toni di colore vi appaiono tenui e delicati, come per alludere alla malinconica contemplazione di un mondo la cui consistenza si è fatta acquorea.
Nei dipinti di Luigi Pasquini, il mare celebra la Rimini balneare: azzurra ed assolata nel cielo, gialla nella spiaggia ormai famosa e gremita di turisti; mentre nelle opere di Gino Ravaioli, di Armido Della Bartola e Demos Bonini il mare diventa più propriamente il porto: luogo in cui i pescatori, accanto alle imbarcazioni, svolgono il loro lavoro con gesti lenti e pacati, dettati dalle secolari leggi del mare.
Si differenziano da questo repertorio i piccoli dipinti a olio di Norberto Pazzini. Lontani da ogni forma di descrittivismo calligrafico, vi si nota con più evidenza l’influsso di Nino Costa e della pittura macchiaiola, non foss’altro che per quel modo “assoluto” di intendere ed interpretare il colore nel paesaggio, alle luci dell’alba e del tramonto.
Poi, più tardi, oltre la metà del XX secolo, con Turci e Moroni, la “marina” diventa il palcoscenico della vita, luogo di esistenze sospese, da cui si alzano verso il cielo sogni e illusioni, in colori e forme che evocano vaghe irrequietezze, attese senza tempo, spicchi di mondi perduti e inafferrabili.
Più in generale, però, il paesaggio rurale e marino reca con sè un' umanità che, pur segnata da un destino ineludibile, quello della fatica e del duro lavoro, sembra comunque vivere in una sorta di serena “Arcadia”, dove natura e tradizione coesistono in un felice connubio: si pensi alla festa del bue, che vediamo rappresentata nel bel dipinto di Curugnani.